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"Gli scienziati razzisti"
Cristopher Brand è orgoglioso di essere un razzista. 
Non un razzista cattivo, un pazzo che infila fuochi d'artificio accesi nelle
cassette delle lettere degli asiatici o un maniaco violento che assale i 
neri per strada armato di una bottiglia rotta. Brand è un "razzista scientifico".
Non è uno che pensa che i neri siano meno intelligenti dei bianchi: lo sa.
Per dimostrare che ciò che crede è una verità fondamentale e irrefutabile, Brand 
ha scritto recentemente un libro, The g factor. 
General Intelligence and lts Implications (Il fattore g. L'intelligenza 
generale e le sue implicazioni), (scaricalo gratis) sostenendo le sue affermazioni
con grafici, diagrammi,tabelle e dati reali. L'editore di NewYork, John 
Wiley & Sons, ha salutato il libro come "un saggio critico e ben argomentato" 
scritto da un uomo "ben noto per i suoi contributi alla ricerca e al dibattito 
sull'intelligenza e sulla personalità".
Poi qualcosa è andato storto. In un'intervista a un giornale britannico, Brand 
(che insegna all'Università di Edimburgo)ha spinto le sue opinioni sulla razza fino
ad affermare che le madri single dovrebbero accoppiarsi con maschi dal quoziente di
intelligenza elevato, per allargare il patrimonio genetico della prole.
L'editore ha ritirato il libro e un portavoce ha affermato che "la casa editrice non
intende sostenere e diffondere queste idee, o essere associata a un libro nel quale 
si fanno asserzioni che troviamo repellenti".
Poco dopo, il corpo studentesco ha votato la rimozione di Brand dal suo posto di insegnante,
e il giorno successivo il rettore dell'Università di Edimburgo, Stewart Sutherland, 
ha detto di trovare le opinioni di Brand "false e odiose".
Brand è stato colpito, ma non affondato.
Nel piccolo ma rumoroso mondo accademico degli scienziati della  razza - quelli che credono
all'esistenza di un legame genetico tra la razza e l'intelligenza - su entrambi i lati 
dell'Atlantico, l'esperienza recente di Brand appare come una cerimonia sadomasochistica di
iniziazione, un rito di passaggio perchi ha affinato l'arte di creare la controversia della
quale poi si dice vittima. (no comment)
Si tratta di un gruppo chiuso i cui membri seguono avidamente il lavoro di tutti gli altri, si
telefonano regolarmente a casa e intonano un coro ben orchestrato di disgusto sulla stampa
nazionale ogni volta che uno di loro viene accusato per aver dato dignità accademica a stanchi
miti razzisti. "La mitologia del martirio tra gli scienziati della razza è così forte da rendere
altamente improbabile che non sappiano quaii sono ie probabili conseguenze delle loro teorie", 
dice Marek Kohn autore di The Race GaIIery: The Retum of racial Science (La galleria della 
razza: il ritorno della scienza razziale).
Il più duro di tutti è Roger Pearson, nato Gran Bretagna ma residente negli Stati Uniti. 
Sostiene che i popoli nordici sono la più elevata forma di vita che la natura abbia mai prodotto,
e ha elaborato la teoria di una "super generazione", una razza padrona creata dall'ingegneria
genetica. 
Nel 1982 Pearson cevette una lettera di congratulazioni dall' allora presidente degli Stati Uniti
Ronald Regan per il suo contributo alla causa conservatrice. 
Ha insegnato in diversi college e università americane, ed è nota la sua attività politica 
nell'estrema destra: nel 1957 fondò la lega del Nord allo scopo di sostenere "gli interessi 
l'amicizia e la solidarietà della nazioni teutoniche". Pubblica il Mankind Quarterly,
un giornale che Kohn definisce "un rifugio per gli scienziati della razza che non hanno 
accettato l'ordine antirazziale dell'Unesco". (gli "ordini" sono una metodologia di ricerca 
un po' insolita per degli scienziati, che, generalmente dovrebbero attenersi esclusivamente
ai fatti ndr.)
Poi c'è il professore emerito di psicologia Richard Lynn, oggi in pensione, dell'Universita'
dell'Ulster, in Irlanda del Nord. Come Brand Lynn si definisce un razzista scientifico.
Se stiamo parlando di credere all'esistenza di differenze genetiche tra le razze, sono 
decisamente un razzista scientifico"  dice. Ha raccolto prove da alcuni test sul quoziente 
d' intelligenza condotti in Africa, le quali suggeriscono che metà della popolazione nera
del continente è mentalmente ritardata.
A metà strada si trova Jean Philippe Rushton, professore di psicologia nell'Università dell'
Ontario occidentale, in Canada, che secondo Kohn "non si descriverebbe mai come un razzista". 
Tra le altre cose, Rushton crede he il cervello dei neri sia piu piccolo di quello di altre
razze,("crede" ?  é cosí !) cosa che li renderebbe meno intelligenti ma fortemente spinti
al sesso e all'aggressione.
Rushton ha ampliato la sua versione della scienza razziale in un libro dal titolo Race, Evolution
and Behaviour (Rivoluzione e comportamento), che Arthur Jensen, psicologo dell' Università della
California a Berkeley, ha lodato definendolo "brillante".
Jensen viene descritto come il "grande sacerdote" degli scienziati razziali e non ha sempre 
creduto che ci fosse una differenza genetica nell'intelligenza. "La scarsezza del quoziente 
intellettivo medio tra i neri è dovuta a fattori ambientali piuttosto che razziali", scrisse 
nel 1967 Due anni dopo, sulla Harvard Educational Review, cambiò idea e fece nascere una 
tempesta che continua a infuriare.
Si trattava dell'articolo "più esplosivo nella storia della psicologia americana, che provocò 
una delle più dure controversie scientifiche dai tempi di Darwin e lo catapultò da una relativa
 oscurità alla prominenza nazionale", secondo William H. Tucker, autore di The Science and
Politics of Raciai Research Scienza e politica della ricerca razziale).
Dice Jensen: "La reazione fu incredibile e in massima parte ostile.
Dovetti prendere delle guardie del corpo e venivo costantemente minacciato. 
Questo dimostra come le cose siano cambiate: oggi si può parlare di queste cose e 
nessuno alza un sopracciglio".
Ciò non è proprio vero. Quando Charles Murray e il defunto Richard Hernstein pubblicaro
The Bell Curve (La curva a campana), due anni fa, Murray venne marchiato dal New York Times
come "l'uomo più pericoloso d'AmeriCa". Il libro sosteneva che la gran parte dei neri Poteva 
anche condurre una vita socialmente utile, ma restava biologicamente inferiore ai bianchi per
quanto riguarda l'intelligenza. The Bell Curve non rivelava molto che Jensen non avesse già 
detto venticinque anni prima, ma lo impacchettò in una forma più accettabile in un momento
in cui gli Stati Uniti erano ossessionati dalla questione razziale.
Vendette quattrocentomila copie, e gli scienziati razziali ritengono che abbia dato un enorme 
sostegno alla loro causa.
L'assunto centrale condiviso da tutti gli scienziati della razza è che il quoziente intellettivo
della popolazione nera è più basso di quindici punti di quello dei bianchi (ci si riferisce agli 
afroamericani, il Q.I dei negri africani é piú basso di 25-30 punti !)  e che ciò non può
essere spiegato da fattori sociali ma "sta nei loro geni". Perciò, e questo è ciò che chiamano 
"corrispondenza con lo status socioeconomico", un nero laureato è sempre quindici punti piu'
 basso di quello di una laureato bianco.
"Si e'potuto registrare quasi l' intero deficit afroamericano in bambini di anche solo tre anni
di eta', nati da madri in possesso di istruzione universitaria, sposate e che non presentavano
complicazioni nella gravidanza o problemi di salute", scrive Brand in The g factor.
La maggior parte degli scienziati razziali crede anche a una tavola periodica dell'intelligenza
su base etnica, che Lynn definisce "il gradiente orientale-caucasico-negro. Gli orientali hanno
un quoziente intellettivo marginalmente più alto dei caucasici, che a loro volta hanno un
quoziente ben più alto dei neri". Chiedete a Brand se crede per dawero a tutto questo e farà 
una sonora risata. 
"Nor posso credere che lei mi stia facendo questa domanda", dice. "Non troverà nessuno scienziato
di una qualche reputazione che abbia detto qualcosa di diverso dall'inizio del secolo".
A dire la,verità, ci sono psicologi dichiara fama che criticano aspramente queste teorie.
Dice il professor Steven Rose, un importante neurologo, direttore del gruppo di ricerca sul 
cervello e comportamento della Open University: "Abbiamo considerato tutte queste cose 
parecchio tempo fa, insieme alla domanda se il quoziente intellettivo possa 
misurare qualcosa. Che i test abbiano a che fare con l'intelligenza,piuttosto che essere dei
giochini stupidi con i numeri, ("giochini" peró in cui solo i bianchi riescono : é un caso ?  ndr)
dipende dalla teoria secondo la quale esiste un qualche fattore
sottostante che loro chiamano 'g', ovvero intelligenza cristallizzata e misurabile".
Rose crede che gli sviluppi della teoria scientifica abbiano reso queste opinioni superflue: 
"I biologi hanno rifiutato da tempo il concetto di razza. Le differenze genetiche tra qualunque
'razza'data, e definita socialmente, sono più grandi che tra 'razze' diverse".
(CVD  mancando gli argomenti, puntualmente si tende a sopprimere il problema con gli
 "ordini antirazziali", le persecuzioni contro i dissidenti, come é successo a Brand
e, naturalmente con la junk science politicamente corretta degli psico astrologi di regime ndr)



Da:  "Internazionale" del 6 dicembre 1996, rivista bolscevica, riportata integralmente, mie note in rosso.

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